Maria Grazia Pani, TeatrOpera. Esperimenti scenici

 di Lorena Liberatore 

 

 TeatrOpera, esperimenti scenici di Maria Grazia Pani, edito
da Florestano Edizioni (Bari 2015), con introduzione di Franco Perrelli, mette per iscritto un nuovo modo di intendere il teatro d’opera e di impersonarlo. 
 
 L’autrice, segnando un netto rinnovamento, rimodula la nostra tradizione teatrale. Rispondere alle esigenze del pubblico contemporaneo partendo dal repertorio operistico più tradizionale non è un’impresa semplice, in questo caso si tratta di una sfida perfettamente riuscita. 
 
 L’arte ha sempre avuto la capacità e il dovere di comunicare col pubblico smuovendo la sua coscienza, politica, sociale, morale, e di farlo raccontando un’epoca contemporanea o mostrando come situazioni oramai passate siano in qualche modo attuali (nei temi come nelle problematiche). Infatti, l’arte da sempre vuole non solo dilettare ma provocare la riflessione del pubblico, e questo ha sempre fatto parte di un interesse più grande, quello di insegnare stimolando una coscienza critica, o come direbbe Carmelo Bene di pervertire: da pervertor, che ha il significato di essere sconvolto o essere cambiato radicalmente, in riferimento a un metodo di insegnamento condotto attraverso piccole o grandi provocazioni capaci di smuovere le menti più sonnolente. 
 
 Forse negli ultimi anni l’opera lirica, rispetto la prosa, è meno riuscita in tali intenti, poiché cristallizzata in forme e consuetudini del passato. Ed è la stessa autrice a definire il teatro lirico italiano come “un grande mammut terrorizzato che il pubblico possa svanire”, per questo “cerca l’evento con espedienti e fantasticherie registiche spesso fini a se stesse”. 
 
 A questo la Pani attribuisce la causa dell’alto aumento dei costi, fenomeno tale da rendere proibitiva la stessa realizzazione di stagioni liriche e da trasformare l’opera in un “oggetto museale”. Infatti se da un lato i costi di produzione (dettati anche da un’eccessiva forma di rispetto della tradizione) oggi rischiano d’essere molto alti, dall’altro c’è la quantità esigua di nuove opere liriche. 
 
 Maria Grazia Pani (insegnante di canto presso il Conservatorio “N. Rota” di Monopoli, cantante soprano, autrice e regista) con questo volume dimostra la sua personale sfida a tali impostazioni, così facendoci partecipi della sua personale vittoria. Non a caso, TeatrOpera è anche il nome di un format nato nel 2001 per conto della stessa Pani e basato sulla sperimentazione dell’Opera lirica. Proprio nel 2001 cominciò il percorso di cui tale volume e un resoconto, il cui fine è renderne partecipe il lettore e forse porre le basi di un nuovo percorso artistico. 
 
 C’era quindi la necessità di una nuova modalità scenica che variasse le strutture che da sempre caratterizzano il melodramma. Maria Grazia Pani, comprendendo e sentendo tale esigenza, ha principiato il suo personalissimo percorso artistico, e professionale, partendo da uno spettacolo monografico dedicato a Niccolò Piccinni (Niccolò Piccinni, l’amore e il sorriso di un barese europeo) e uno su Giuseppe Verdi (Viva Verdi!). Il grande successo dei due spettacoli (in particolare di Viva Verdi! che registrò il tutto esaurito) l’hanno poi portata a confrontarsi col romanzo Scènes de la vie de bohème di Henry Murger e col carteggio Puccini-Illica-Giacosa, così dando vita a un testo teatrale dove il figlio di Puccini, nello studio del padre a Torre del Lago e poco dopo la sua morte, ripercorre gli anni della genesi de La Bohème. In seguito si è confrontata con Alexandre Dumas (per La Traviata allo specchio, ispirata a La dame aux camélias), Shakespeare, Verdi e Boito (per Otello, il sinistro incanto) e altri autori delle nostra nobile tradizione. 
 
 L’autrice giunge a difendere il proprio principio per il quale “l’opera del grande repertorio deve essere occasione di ricerca e di sperimentazione”. In tale ricerca il primo passo è partire dal libretto e dalla partitura musicale, i quali generano una riflessione o un’idea di nuova matrice che porta alla creazione ex novo di una trama. 
 
 Si agisce quindi per sottrazione fino a rimettere in ribalta gli elementi base dell’opera stessa nella loro semplicità (la trama, i personaggi, la musica). Chiaramente, come si può desumere da quanto già detto, questo tipo di lavoro comporta anche l’abbattimento dei costi di messa in scena. 
 

 In virtù di ciò sembrerebbe che la semplicità, restituita all’arte, in cambio ridoni nuova vita all’opera e ne spezzi l’incantesimo che la rendeva cristallizzata, quasi impietrita, in vecchie consuetudini e concezioni. Potremmo quindi dire che dal reiterarsi della tradizione e per mezzo del genio umano si genera il nuovo.


Pubblicato su http://lobiettivonline.it/


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