Intervista a Giovanni Parmeggiani

 
 
 di Lorena Liberatore
 
 
 
 La musica degli Accordo dei contrari varia dal progressive al jazz-fusion, dal rock psichedelico alle atmosfere etniche e orientaleggianti. 
 Ecco qui di seguito l’intervista a Giovanni Parmeggiani, tastierista e matrice intellettuale del gruppo: 
 
 
 
 Musica e comunicazione, musica e linguaggio. Questi ambiti sono tra loro molto legati, e in passato avevano una forte connotazione politica. Oggi la musica è ancora un importante mezzo di comunicazione? 

 Oggi la musica sembrerebbe ridotta a un mezzo di distrazione di massa. E questa è una delle colpe peggiori del nostro tempo, che l’ha relegata (quel che è peggio, scientemente) ai margini della società e dell’educazione. L’entusiasmo dei giovanissimi per la musica ascoltata ed eseguita ha spesso la consistenza di una vaga illusione (è un’attività tra le altre, non indispensabile, tanto passionalmente cercata quanto spassionatamente abbandonata in tempi rapidissimi). Il contrasto con l’antichità, su questo punto, non potrebbe essere più evidente: gli antichi sapevano che, in natura, l’uomo è parola, dunque anche musica. L’educazione al suono è sempre stata un asse portante della formazione individuale e collettiva – in una parola, della “civiltà”. Ora non è più così. Del resto, viviamo una fase di imbarbarimento culturale. Si può soltanto sperare che questa tendenza non sia irreversibile. 

 
 Progressive! Negli anni ’60 e ’70 lo si identificava semplicemente come “musica impegnata”, definizione che nasconde significati e ambiti abbastanza ampi, molto più complessi. Oggi in Italia, in un’epoca dove la musica è nella maggior parte dei casi commerciale, quanto seguito ha un genere considerato di nicchia

 Un piccolo seguito, soprattutto per scarsa circolazione e, di conseguenza, per scarsa conoscenza. Credo che molti si appassionerebbero a forme musicali più avventurose (incluso il cosiddetto ‘progressive’) se, soprattutto, fossero educati al concetto-base che non è necessariamente negativo ciò che richiede tempo e fatica per essere pienamente compreso e apprezzato. Purtroppo, viviamo in una società che ha fatto del concetto opposto il proprio cardine: è di valore solo ciò che è fruibile subito e facilmente, come la moneta che si spende al mercato. Penso sia difficile immaginare un’idea più stupida e, soprattutto, profondamente disumana. 

 
 Com’è nata la tua passione musicale? 

 Devo moltissimo alla mia famiglia. Fin da piccolo, ero sottoposto a un continuo stimolo di suoni, immagini e colori. Nello studio di mio padre trovavo tutto quello che mi serviva per perdermi in uno strutturatissimo mondo parallelo, talmente vasto da sembrare senza definizione: libri d’arte e trattati scientifici (che non capivo né leggevo, ovviamente, ma sulle cui immagini i miei occhi di bambino si fermavano attratti); figure astratte e colori violenti; e un giradischi su cui passavano Bach, Schubert, Debussy, Mahler e Stravinskij. Quel giradischi stava in alto, troppo perché le mie piccole mani potessero anche soltanto sfiorarlo. Già allora, la musica si manifestava come una forza sovrannaturale. 

 
 La musica come molteplicità e continuo fluire della vita. È così che la concepisci, come qualcosa in continua metamorfosi? Mi sembra una visione che ha a fronte una forte influenza filosofica. In questo ha influito il tuo percorso umanistico specializzato nella storia e nella letteratura greca? 

 E’ proprio così, sento e vivo la musica come molteplicità e flusso, dunque come trasformazione costante. Quanto nel dettaglio è contrasto, nel contesto si risolve in armonia.
Il mio percorso umanistico è stato senza dubbio importante, ma non ha plasmato ex novo questo mio modo di sentire la musica. L’uno e l’altra sono – passami la metafora – due rivi senza origine, che si uniscono alimentandosi vicendevolmente. Nella letteratura greca (penso in particolare ad autori come Tucidide o Eraclito) ho trovato conferma di ciò che trovavo nella musica; e viceversa. E’ stato tutto straordinariamente istintivo e naturale. Non a caso, vivo i momenti pur diversi della creatività musicale e della ricerca scientifica nella stessa maniera: tutto è uno; tutto, in realtà, è ricerca. 

 
 Musica e teatro spesso sono due facce della stessa medaglia e, alla luce di tutto ciò mi viene spontaneo aggiungere, entrambi godevano di grande importanza nell’antica Grecia. È possibile che in futuro tu possa dedicarti anche al teatro? E che tipo di teatro? Tradizionale o sperimentale? 

 Lavorare con il teatro, sia tradizionale che sperimentale (e perché no, anche con il cinema), sarebbe molto stimolante. Penso che la musica di Accordo dei Contrari si presti molto bene a differenti contesti ‘figurativi’, senza barriere di genere; anche alla danza, per intenderci, o alla pittura improvvisata.
Personalmente non mi pongo limiti, anche perché, in linea di principio, porsi limiti significherebbe soffocare sul nascere le idee. E questa sarebbe una cattivissima auto-educazione. 

 
 Giochiamo un po’ con le tue influenze artistiche e la tua formazione culturale: dimmi un album musicale e un’opera letteraria che in qualche modo ti hanno influenzato, o hanno formato la persona che sei oggi. Cosa ami di queste opere? 

 Il gioco è difficile e divertente… Potrei dirti “Discipline” dei King Crimson. Ho sempre adorato, dei brani di quest’album, la struttura musicale elaboratissima e pur sempre immediata all’orecchio dell’ascoltatore: un lavoro senza tempo, tanto è innovativo. Quanto all’opera letteraria, potrei dirti l'”Orlando furioso” dell’Ariosto, e per le stesse ragioni: un intreccio complicato, eppur accessibile e avvincente. Questo è forse il primo vero ‘classico’ che abbia divorato con passione, nella mia esperienza di lettore e di studente.

 

 

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